Club 27: origine, capostipite e mito. La storia definitiva

Scritto da il Ottobre 22, 2022

Il Club dei 27, lo sappiamo, è tristemente famoso perché tra le sue fila conta vittime celebri della musica internazionale.

Scomparsi a 27 anni, questi giovani artisti sono entrati di diritto nel mito, consegnati all’eternità passando dall’Olimpo della dannazione terrena.

Ma quando è partita questa storia del Club dei 27? E perché è anche chiamato J27?

TUTTA COLPA DEL GRUNGE

Kurt Cobain, leader dei Nirvana

Kurt Cobain, leader dei Nirvana

Fino alla prima metà degli anni Novanta, nessuno aveva mai messo insieme i fili rossi che legavano il destino infausto di tante star della musica, rock e non.

Proprio nel momento di massimo declino del genere rock, le radio iniziavano a trasmettere qualcosa di diverso. Qualcosa che tecnici e puristi del settore guardavano con sdegno malcelato, se non addirittura odio.

Irruppe il grunge, con la sua struttura nichilista, anarchica e disincantata, fratello americano del vecchio punk britannico. E come lui fece vittime illustri, una su tutte: Kurt Cobain, voce e leader dei Nirvana.

Da quel giorno della primavera del 1994, quando il corpo senza vita del cantante ventisettenne fu ritrovato accanto a un fucile e una lettera di addio, il giornalismo musicale iniziò a mettere insieme i pezzi.

IL CAPOSTIPITE FA RIMA CON DIAVOLO

Robert Johnson, padre del blues

Robert Johnson, padre del blues

Venne così al mondo il club di musicisti morti a 27 anni – di solito per eccessi o suicidio.

Tuttavia, il primo della sfortunata stirpe sappiamo chi è, ma non come passò a miglior vita.

Robert Johnson, infatti, fu un virtuoso chitarrista blues che, si dice, avesse fatto un patto con il diavolo vendendosi l’anima pur di diventare un fenomeno con il suo strumento.

Attorno alla sua dipartita, avvenuta il 16 agosto del 1938 sulle rive del Mississippi, aleggia il mistero.

Secondo Greil Marcus, un conosciuto autore americano, Johnson «fu forse pugnalato, forse avvelenato; forse morì in ginocchio, abbaiando come un cane, perché la sua morte era legata alla magia nera».

LA RIPETIZIONE DELLA LETTERA J

Jim Morrison, carismatico leader dei Doors

Jim Morrison, carismatico leader dei Doors

Come avremo modo di sottolineare nella puntata di Razione K dedicata all’argomento, esiste un club ancora più ristretto: quello degli artisti venuti a mancare a 27 anni con nome e cognome, oppure l’uno o l’altro, che iniziano con la lettera J.

Sono stati tutti personaggi di peso – e ancora lo sono –, curiosamente e sinistramente protagonisti di una breve parabola a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta dello scorso secolo.

Fu l’epoca d’oro del rock in tutte le declinazioni possibili, il periodo delle sperimentazioni artistiche e sociali più ardite (dalla cultura lisergica fino al progressive rock) della rivoluzione culturale post bellica.

Un lasso di tempo ristretto, eppure capace di dare frutti succosi e ancora presenti.

Janis Joplin, Jimi Hendrix, Jim Morrison, Brian Jones: anime tormentate, talenti immensi, capaci ancora oggi di accendere sogni e ispirazioni.

L’ULTIMA TAPPA DI CAMDEN TOWN

A iscriversi per ultima tra le celebrità senza pace, è stata Amy Winehouse nel 2011: quando venne trovata priva di sensi nel suo letto, quel 23 luglio, in molti colsero le analogie con la Joplin.

Due giovani donne forse desiderose soltanto di amare e ricevere amore, nulla più di questo.

Per farlo avevano avuto il privilegio o la maledizione dell’arte.

Come sottolineato da Massimo Cotto, noto speaker e autore di libri musicali, in una sua recente presentazione alla Feltrinelli di Milano in Piazza Duomo, «molti tra gli esseri umani hanno la sensibilità per sentire il mondo in maniera differente dai propri simili, a volte nelle misure più tragiche e dolorose, ma non tutti sono capaci di tradurre la tragedia in poesia».

Soltanto ad alcuni di essi è concesso il privilegio di arrivare agli altri attraverso la propria arte, attraverso la sublimazione della sofferenza che si trasforma in musica, poesia, racconto o dipinto.

A proposito di pittura, Augusto Daolio, cofondatore dei Nomadi scomparso all’età di 45 anni, apprezzato anche per alcune opere su tela, disse un giorno: «Non dipingo per riempire un vuoto, ma per svuotare un pieno».

Forse ai membri del club di cui abbiamo parlato è mancata un po’ di questa fortuna.

In definitiva, la buona sorte di poter godere semplicemente dei frutti della creatività, anziché il dover soffrire nell’atto di tentare d’illuminare le zone d’ombra dell’anima.

Una sottile, fondamentale differenza.

 

 


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