Rem: quattro decenni d’ispirazioni e omaggi (anche a Cobain)

Scritto da il Giugno 14, 2023

Il viaggio di oggi mi porta e vi porta nel sud ovest degli Stati Uniti, poche miglia a est di Charlotte e ancora più vicino alla capitale Atlanta.

Siamo in Georgia, un tripudio di varietà paesaggistiche fra spiagge, coste, montagne e coltivazioni.

Qui si parla inglese da quando Giorgio II la fondò quale penultima colonia britannica del Nord America.

Più precisamente ci troviamo nella contea di Clarke, in una piccola cittadina che porta un nome molto evocativo per noi europei: Atene, culla della civiltà.

In inglese Athens, culla dell’università della Georgia e culla dei Rem.

Siamo qui per loro, per raccontarne la storia partendo dalle tracce lasciate lungo un percorso che ha abbracciato quattro decenni.

Alpha, Omega e sogni

I Rem in una foto anni '90

I Rem in una foto anni ’90

Dal 5 aprile 1980 al 2011, Alpha e Omega, nascita e morte di un progetto fuori dal comune, di un rock indie e underground riflessivo, a tratti ipnotico, meditato e meditativo.

D’altra parte il nome stesso della band è l’acronimo di Rapid Eye Movement, movimento rapido degli occhi: la fase del riposo in cui si sogna e si creano nuovi mondi elaborando brandelli di realtà quotidiana.

Così sono gran parte delle canzoni create, scritte, arrangiate dalla convergenza di quattro subconsci carichi come la colazione abbondante del Food for the soul, al 1965 di Broad st.

Michael Stipe (voce), Peter Buck (chitarra), Mike Mille (basso) e Bill Berry (batteria): questi sono i manipolatori di sogni, questo sarà un viaggio per menti aperte al cambiamento e allo scorrere pacato e placido dell’esistenza.

Stagioni e cabala

I rem in un'immagine degli anni '10

I rem in un’immagine degli anni ’10

Aprile è quasi un mese mistico per i Rem, ci rifletto mentre passeggio tra gli alberi e i prati del campus che incrocia le strade della Museum of Art e la Lamar Dodd school of Art.

Il 5 aprile 1980 nasce ufficialmente la band di Michael Stipe e soci, mentre il 12 dello stesso mese, nel 1983, esce Murmur, il primo album ufficiale dei Rem che, quindi, proprio quest’anno ha spento 40 candeline.

Ma se esiste una cabala dei mesi, una mistica dei calendari, sono allora l’autunno inoltrato e il primo inverno ad aver avuto una centralità nel percorso che ha portato le strade dei quattro membri a convergere fino a incrociarsi e, talvolta, anche scontrarsi.

Michael Stipe nasce il 4 gennaio 1960 a Decatur, dunque un georgiano purosangue; Peter Buck il 6 dicembre 1956 a Los Angeles.

Mike Mills viene alla luce il 17 dicembre 1958, sempre in California.

Solo Bill Berry è nato con il caldo ma nello stato del freddo, il 31 luglio 1958 in Minnesota e più precisamente a Duluth, il sacro luogo di nascita del menestrello Bob Dylan.

Come dire che la passione non poteva che essere la musica.

La genesi di un brano cult

Una foto recente di Michael Stipe

Una foto recente di Michael Stipe

Mi ritrovo all’Oconee Forest Park, con vista sul Lake Hereick e sulla spiaggia omonima brulicante di studenti a petto nudo e muscoli in fuori, in questa calda e umida giornata che anticipa l’estate.

Siamo a ridosso del solstizio, una data simbolica e anche in questo caso mistica.

Tuttavia non è sempre la mistica il centro del mondo alternativo legato ai Rem.

Per fare un esempio, la canzone Losing my religion può trarre in inganno a partire dal titolo e anche per via di un arrangiamento molto suggestivo, per non parlare del videoclip.

Il brano del 1991, anno palindromo, è in realtà ispirato da Every breath you take dei Police e ha una genesi molto comune: Peter Buck lo compose davanti alla TV con un mandolino appena acquistato.

Il chitarrista dei Rem stava tentando di imparare a suonarlo e ne nacque uno tra i riff più famosi del decennio.

Il titolo, dicevamo, non ha nulla a che fare con la religione: Losing my religion è una tipica espressione della zona meridionale degli Stati Uniti, traducibile in “perdere la ragione” o “perdere la pazienza”.

Come spesso accade, la realtà è molto più pragmatica, per esempio il successo planetario che, grazie a questo pezzo, fece ottenere ai Rem a partire dal 1991 un totale di oltre 85 milioni di dischi venduti.

Portafortuna e ispirazione

Ormai le luci della sera stanno per abbracciare Athens, anche se quella del Sole è ancora ben presente e filtra fra i tetti di Winterville, il tipico quartiere americano fatto di villette e prati fronte patio sul confine ovest della città.

In un campo non lontano qualcuno ha costruito, con alcuni mattoni grigi, una sorta di replica in scala ridotta di Stonehenge.

Non può essere casuale, voi che cosa dite? E a proposito di stranezze, lo sapete dei dinosauri Left e Right, i portafortuna che stavano sopra le casse in studio quando i Rem registravano?

A quanto pare vennero acquistati al mercatino della salvezza e sono presto diventati un talismano irrinunciabile.

In quanto a ispirazione, invece, vale la pena ricordare che Michael Stipe ha prodotto i film Essere John Malkovich e Man on the moon.

Di quest’ultimo, peraltro, i Rem hanno curato anche parte della colonna sonora.

Tornando alle cose curiose e che ancora una volta riconducono al mondo dell’ignoto o del subconscio che emerge, Michael Stipe è stato nella band il principale autore dei testi.

Per scrivere utilizzava la tecnica del cut-up, ovverosia scriveva in modo automatico e poi realizzava un patchwork di parole e frasi senza badare troppo al senso.

Una tecnica, questa, mutuata dal dadaismo e dallo scrittore William Burroughs, molto efficace proprio per fare emergere la parte più intima di chi scrive e, forse, portarla alla catarsi.

Viaggio nel dolore: da Cobain a Monster

Kurt Cobain, leader dei Nirvana

Kurt Cobain, leader dei Nirvana

Mentre siedo sopra una panchina del Southeast Clarke Park, tra passeggini e genitori che attendono solo di far addormentare i figli per poi poter andare a cena, leggo qualche altra curiosità sui Rem e Michael Stipe in particolare.

Il frontman della band è anche padrino di Francis Bean Cobain, figlia del compianto Kurt Cobain e Courtney Love (cantante anch’essa, per chi non la conoscesse, e che ha recitato peraltro proprio in Man on the Moon).

Il legame tra Michael Stipe e Kurt Cobain è stato forte, tanto che la vedova Courtney regalò alla band una Fender appartenuta al marito, dopo il suo suicidio.

I Rem dedicarono a lui il brano Let me in, inserito nell’album Monster.

Ma la sensibilità di Michael Stipe si evince dal fatto che questo intero disco è dedicato alla memoria di River Phoenix, anch’egli prematuramente e dolorosamente scomparso.

A proposito di Monster, il tour che lo seguì non nacque sotto auspici molto fortunati: nel marzo del 1995 Berry ebbe un’aneurisma cerebrale nel mezzo di un live svizzero, pochi mesi più tardi Mills subì un’operazione a causa di problemi intestinali e Stipe fu ricoverato per un intervento d’urgenza per un’ernia inguinale, causata forse da un’eccessiva foga nella spinta sulle note più alte delle sue canzoni.

L’epilogo

Prima che io torni verso l’aeroporto per fare 10 ore e mezza di volo e tornare a Milano, leggo ancora una nota a proposito della cattiva stella di Monster: i Rem non sostituirono Berry durante il suo lungo periodo di convalescenza, per la batteria si limitarono ad usare una drum machine nei tre dischi successivi.

Questo in segno di rispetto, affetto ed empatia, perché l’alchimia di una band non è sempre modificabile, soprattutto in un caso tanto particolare come quello dei Rem.

Mentre osservo il buio della sera che incombe su questa cittadina a passo lento ma estremamente giovane, non posso non pensare quanto sia doloroso che la band non incida più dischi in studio dal 2011 e che la sua storia sia ormai fatta di soli ricordi.

Ci restano un’immensa eredità, una straordinaria produzione e una sensibilità pura.

Bisogna ringraziarli per questo.

 


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